Assegno Mantenimento

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Niente assegno ai figli, non è più reato: un cavillo assolve i genitori non sposati

Roma - Da oggi  6 aprile 2018 non pagare l'assegno previsto da un giudice per il mantenimento dei figli di genitori non sposati non è più reato. Come è possibile? Nel 2012 è stata approvata la legge secondo cui tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico ed hanno gli stessi diritti, indipendentemente dal fatto che i genitori siano sposati oppure no. Ora viene invece introdotta una nuova grave discriminazione. Se un figlio è nato da genitori coniugati ed uno dei due non paga l'assegno di mantenimento stabilito dal giudice della separazione o del divorzio, l'inadempiente è punito con una pena che può arrivare ad un anno di reclusione.

Se invece i genitori non sono sposati, il genitore che non paga l'assegno di mantenimento non commette da oggi alcun reato (a meno che non sussistano i più complessi requisiti previsti dal vecchio art. 570 del codice penale). Per capire come si è arrivati a questa stupefacente conclusione è necessario seguire il filo di uno degli ultimi atti del Governo dimissionario. Oggi entra in vigore il decreto legislativo 21 del 2018, approvato dal Governo attuando la delega contenuta nell'articolo 1 (comma 82) della riforma dell'ordinamento penitenziario.

Ma che cosa c'entrano gli assegni per il mantenimento dei figli con l'ordinamento penitenziario? Nulla: ormai il nostro legislatore ci ha abituati a trattare in un unico corpo normativo le più disparate materie. Il decreto introduce nel codice penale l'articolo 570 bis. La nuova norma punisce con le stesse pene previste per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare "il coniuge" che si sottrae all'obbligo di pagamento degli assegni dovuti in caso di divorzio o di nullità del matrimonio oppure viola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli.

Lo scopo del decreto era solo quello di riunire e di collocare nell'ambito del codice penale le norme che sino ad oggi sanzionavano il mancato pagamento dell'assegno. Ma nel fare questa operazione il Governo ha precisato che il nuovo reato può essere compiuto solo da un "coniuge" e quindi ha chiaramente indicato che viene sanzionato solo il mancato pagamento dell'assegno per il mantenimento dei figli di genitori coniugati.

Il decreto che entra in vigore oggi ha anche abrogato l'articolo 3 della legge 54 del 2006 (quella che ha introdotto l'affidamento condiviso dei figli di separati e divorziati). La norma abrogata aveva un contenuto sovrapponibile a quella nuova e anch'essa si riferiva espressamente solo ai coniugi. Tuttavia l'articolo successivo affermava che le disposizioni della norma del 2006 si applicavano anche ai figli di genitori non coniugati. Questa precisazione consentiva, fino ad oggi, di affermare che anche il genitore non sposato che violava l'obbligo di pagare l'assegno di mantenimento commetteva un reato. Ora ciò non sarà più possibile perché l'articolo 3 della legge 54 del 2006 non esiste più.

Potranno i giudici interpretare estensivamente la nuova disposizione applicandola anche ai figli di genitori non coniugati? No: un principio giuridico fondamentale vieta al giudice penale di interpretare le norme che introducono un reato sulla base dell'analogia. Si tratta insomma di un grosso pasticcio. Se ne ricava una lezione: fare le leggi è un mestiere difficile e il nostro ordinamento giuridico è ormai una giungla inestricabile di leggi i cui articoli sono composti da centinaia di commi che contengono decine di rinvii ad altre leggi, ad altri articoli e ad altri commi in un gioco di specchi nel quale perdersi è semplicissimo. Il nostro legislatore, che ha creato questo orrendo mostro, è la sua prima vittima.

Fonte Internet

 

Addio al tenore di vita, per l'assegno conta l'indipendenza economica

D'ora in poi, a contare sarà il criterio dell'indipendenza o autosufficienza economica e non più il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

Telef. 026696454

Lo comunica la stessa Cassazione, con una nota spiegando che "la prima sezione civile, con la sentenza n. 11504 pubblicata oggi, ha superato il precedente consolidato orientamento, che collegava la misura dell'assegno al parametro del 'tenore di vita matrimoniale' indicando quale parametro di spettanza dell'assegno - avente natura 'assistenziale' - l'indipendenza o autosufficienza economica dell'ex coniuge che lo richiede".

In allegato in esclusiva la sentenza della Suprema Corte

Cassazione, comunicato 10.5.2017

Cassazione, sentenza n. 11504/2017

Se la ex  moglie lavora non ha diritto all’assegno di mantenimento. Se la ex moglie ha intrapreso uno stabile rapporto di convivenza non ha diritto all’assegno di mantenimento.  Assegno di mantenimento_revoca o modifica l'importo  da versare all'ex coniuge. Se la moglie ha idonea capacità lavorativa,  può andare a lavorare e non ha diritto all'assegno da parte dell'ex marito.  Le nostre investigazioni private non si dedicano solo alle questioni matrimoniali,  vita dei figli e la tutela dei minori ma anche al campo aziendale.

 

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Sentenza: SE LA MOGLIE LAVORA NON HA DIRITTO ALL’ASSEGNO DI MANTENIMENTO.

–Se la moglie ha idonea capacità lavorativa, anche se durante il matrimonio era casalinga, può ben andare a lavorare e non ha diritto all'assegno da parte dell'ex marito. Lo ha stabilito la Cassazione, con la recente sentenza n. 11870/2015, che rappresenta una importante conferma dell'ormai direzione intrapresa dalla giurisprudenza verso un rigore maggiore nel riconoscimento del diritto all'assegno di mantenimento.

Nel caso di specie, la moglie aveva sempre fatto la casalinga e la famiglia viveva con il solo reddito di lavoro dipendente proveniente dal marito, per cui la donna, in sede divorzile, sosteneva di "non essere in grado, in quanto impossidente e priva di lavoro", di mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, denunciando invece che il marito, che nel frattempo era andato a vivere con una nuova compagna, dalla quale aveva avuto pure una figlia, era un "disoccupato" solo apparente. Avrebbe cioè simulato il suo collocamento a riposo, continuando in realtà a lavorare presso terzi e percependo anche l'indennità di disoccupazione, godendo dunque di una situazione economica certamente superiore alla sua e mantenendosi anche un'auto.

Ma i giudici di merito, in entrambi i gradi di giudizio, le danno torto. E la donna si rivolge allora alla Cassazione. Cadendo però dalla padella nella brace.

Per gli Ermellini, infatti, il ragionamento seguito dai giudici di merito è ineccepibile.

La donna non ha fornito alcuna prova circa il tenore di vita mantenuto durante il matrimonio né ha dimostrato adeguatamente, aldilà di mere asserzioni, la convivenza del marito con la nuova compagna, essendo invece provati sia il deterioramento della condizione economica dell'uomo, aggravata dalla nascita di una figlia, sia il suo stato di disoccupazione, derivante dalla perdita del lavoro a causa di una contestazione disciplinare.

Senza contare altresì che, per contro, la donna era risultata dotata di idonea capacità lavorativa, esercitando attività sia pure in maniera saltuaria, di cui peraltro non aveva dimostrato né la natura né gli emolumenti derivanti.

Per cui correttamente i giudici di merito hanno concluso per l'insussistenza dei presupposti per l'attribuzione dell'assegno post matrimoniale. È vero infatti hanno affermato dal Palazzaccio che l'art. 5 della l. n. 898/1970, dispone che "l'accertamento del diritto all'assegno divorzile dev'essere effettuato verificando l'inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto" ma la liquidazione in concreto dell'assegno va compiuta "tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi, valutandosi tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio". Inoltre, nell'ambito di questo apprezzamento, occorre guardare non solo ai redditi e alle sostanze del richiedente l'assegno, ma anche a quelli dell'obbligato, i quali ha aggiunto la S.C. "assumono rilievo determinante sia ai fini dell'accertamento del livello economico-sociale del nucleo familiare, sia ai fini del necessario riscontro in ordine all'effettivo deterioramento della situazione economica del richiedente in conseguenza dello scioglimento del vincolo".

Per cui, per poter determinare lo standard di vita mantenuto dalla famiglia in costanza di matrimonio, occorre conoscerne "con ragionevole approssimazione le condizioni economiche dipendenti dal complesso delle risorse reddituali e patrimoniali di cui ciascuno dei coniugi poteva disporre e di quelle da entrambi effettivamente destinate al soddisfacimento dei bisogni personali e familiari, mentre per poter valutare la misura in cui il venir meno dell'unità familiare ha inciso sulla posizione del richiedente è necessario porre a confronto le rispettive potenzialità economiche intese non solo come disponibilità attuali di beni ed introiti, ma anche come attitudini a procurarsene in grado ulteriore".

E in tale contesto, i giudici non hanno avuto bisogno di disporre accertamenti d'ufficio (peraltro affidati alla loro discrezionalità) attraverso la polizia tributaria, per indagare sui redditi dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita, ritenendo raggiunta la prova dell'insussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell'assegno alla moglie, sia in virtù dei riscontri forniti dall'ex marito, che della totale carenza di dimostrazione da parte della donna dell'impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio.

Per cui, in definitiva, il ricorso è rigettato e la donna può dire addio al mantenimento.

Cassazione, sentenza n. 11870/2015

 

Sentenza: SE LA EX MOGLIE HA INTRAPRESO UNA  STABILE RAPPORTO DI CONVIVENZA  NON HA DIRITTO ALL’ASSEGNO DI MANTENIMENTO.

-Corte d’Appello di Bologna, con una sentenza depositata in data 08.04.2013 - prendendo le mosse da una pronuncia della Corte di Cassazione del 11.08.2011 n. 17195 - confermava la revoca del diritto all’assegno di mantenimento stabilito in favore dell’ex moglie, dal momento che quest’ultima, dopo la separazione, aveva intrapreso uno stabile rapporto di convivenza, indipendentemente dunque dalla dimostrazione del miglioramento delle condizioni economiche del coniuge beneficiario.

Del resto, secondo quest’ultimo indirizzo giurisprudenziale, la stabilità della nuova unione, certificata da una lunga durata temporale, o addirittura sugellata dalla nascita di nuovi figli, scioglie ogni legame con i tenori e i modelli di vita che caratterizzavano la precedente relazione matrimoniale.

Va, però, precisato che, per la perdita del diritto all’assegno o per la riduzione dell’ammontare dello stesso, non basta una semplice convivenza occasionale, poiché per incidere sul diritto al mantenimento da parte dell’ex coniuge, è necessario che essa sia stabile e continua e che, quindi, i conviventi abbiano un progetto di vita comune, come quello che normalmente caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio. Ciò, peraltro, non avverrà automaticamente, essendo indispensabile un’effettiva azione giudiziale che abbia come scopo la modifica delle condizioni di separazione.

–Se la moglie ha idonea capacità lavorativa, anche se durante il matrimonio era casalinga, può ben andare a lavorare e non ha diritto all'assegno da parte dell'ex marito. Lo ha stabilito la Cassazione, con la recente sentenza n. 11870/2015 (qui sotto allegata) che rappresenta una importante conferma dell'ormai direzione intrapresa dalla giurisprudenza verso un rigore maggiore nel riconoscimento del diritto all'assegno di mantenimento.

Nel caso di specie, la moglie aveva sempre fatto la casalinga e la famiglia viveva con il solo reddito di lavoro dipendente proveniente dal marito, per cui la donna, in sede divorzile, sosteneva di "non essere in grado, in quanto impossidente e priva di lavoro", di mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, denunciando invece che il marito, che nel frattempo era andato a vivere con una nuova compagna, dalla quale aveva avuto pure una figlia, era un "disoccupato" solo apparente. Avrebbe cioè simulato il suo collocamento a riposo, continuando in realtà a lavorare presso terzi e percependo anche l'indennità di disoccupazione, godendo dunque di una situazione economica certamente superiore alla sua e mantenendosi anche un'auto.

Ma i giudici di merito, in entrambi i gradi di giudizio, le danno torto. E la donna si rivolge allora alla Cassazione. Cadendo però dalla padella nella brace.

Per gli Ermellini, infatti, il ragionamento seguito dai giudici di merito è ineccepibile.

La donna non ha fornito alcuna prova circa il tenore di vita mantenuto durante il matrimonio né ha dimostrato adeguatamente, aldilà di mere asserzioni, la convivenza del marito con la nuova compagna, essendo invece provati sia il deterioramento della condizione economica dell'uomo, aggravata dalla nascita di una figlia, sia il suo stato di disoccupazione, derivante dalla perdita del lavoro a causa di una contestazione disciplinare.

Senza contare altresì che, per contro, la donna era risultata dotata di idonea capacità lavorativa, esercitando attività sia pure in maniera saltuaria, di cui peraltro non aveva dimostrato né la natura né gli emolumenti derivanti.

Per cui correttamente i giudici di merito hanno concluso per l'insussistenza dei presupposti per l'attribuzione dell'assegno post matrimoniale. È vero infatti hanno affermato dal Palazzaccio che l'art. 5 della l. n. 898/1970, dispone che "l'accertamento del diritto all'assegno divorzile dev'essere effettuato verificando l'inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto" ma la liquidazione in concreto dell'assegno va compiuta "tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi, valutandosi tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio". Inoltre, nell'ambito di questo apprezzamento, occorre guardare non solo ai redditi e alle sostanze del richiedente l'assegno, ma anche a quelli dell'obbligato, i quali ha aggiunto la S.C. "assumono rilievo determinante sia ai fini dell'accertamento del livello economico-sociale del nucleo familiare, sia ai fini del necessario riscontro in ordine all'effettivo deterioramento della situazione economica del richiedente in conseguenza dello scioglimento del vincolo".

Per cui, per poter determinare lo standard di vita mantenuto dalla famiglia in costanza di matrimonio, occorre conoscerne "con ragionevole approssimazione le condizioni economiche dipendenti dal complesso delle risorse reddituali e patrimoniali di cui ciascuno dei coniugi poteva disporre e di quelle da entrambi effettivamente destinate al soddisfacimento dei bisogni personali e familiari, mentre per poter valutare la misura in cui il venir meno dell'unità familiare ha inciso sulla posizione del richiedente è necessario porre a confronto le rispettive potenzialità economiche intese non solo come disponibilità attuali di beni ed introiti, ma anche come attitudini a procurarsene in grado ulteriore".

E in tale contesto, i giudici non hanno avuto bisogno di disporre accertamenti d'ufficio (peraltro affidati alla loro discrezionalità) attraverso la polizia tributaria, per indagare sui redditi dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita, ritenendo raggiunta la prova dell'insussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell'assegno alla moglie, sia in virtù dei riscontri forniti dall'ex marito, che della totale carenza di dimostrazione da parte della donna dell'impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio.

Per cui, in definitiva, il ricorso è rigettato e la donna può dire addio al mantenimento.

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